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Fecondazione assistita:l’esperienza di Alice.

By Giugno 30, 2018 No Comments

 Desiderio di maternità.

orsettoIntraprendere il cammino della fecondazione assistita è difficile, impegnativo e doloroso sia prima, sia durante sia dopo. Prima perché ci si carica di aspettative, ma si è anche assaliti da innumerevoli dubbi e domande. Durante perché il protocollo medico è di forte impatto fisico e il coinvolgimento emotivo è elevatissimo. Dopo perché, se l’esito è negativo, crollano sogni e speranze e ci si sente persi e smarriti, vuoti e affranti, disillusi e disorientati.

Proiettarsi verso la Pma (procreazione medicalmente assistita) significa aver ricevuto il responso che nessuna donna e nessuna coppia vorrebbe mai sentirsi dire: “Non potrete o non riuscirete ad avere un figlio”.

Credo che non vi sia sentenza più dura ed acida che una donna, proiettata alla maternità ed amante dei bimbi, possa ricevere. Sentirsi mamma è una sensazione che nasce da dentro sin da quando si è piccine, è un vento forte che si forma nel cuore e che porta a proiettarsi nel futuro, quando si hanno solo 10-12 anni, e a vedersi felice da grande con il proprio bimbo tra le mani.

E’ un sogno ad occhi aperti che si fa e che si rivede mille e mille volte durante la propria crescita.

Quante volte, se ci penso ora, ho giocato sul nome che avrei dato a mia figlia (ho sempre pensato sarebbe stata una femmina, chissà perché), alla prima volta che avrebbe pronunciato la parola mamma, al primo giorno d’asilo e soprattutto al primo giorno in cui l’avrei accompagnata a scuola. Quante volte ho fantasticamente immaginato i momenti insieme, il primo passo, la prima parola, il primo gesto spontaneo, la prima biciclettata insieme, il primo amore, le prime confessioni, il giorno della maturità e il primo viaggio insieme.

Invece no…una maledetta malattia, l’endometriosi, mi ha portato via questi momenti e mi ha privato del sogno più grande che avevo. Comportando poi altri problemi con cui devo convivere quasi quotidianamente.

Così, confidando nella scienza ed essendo una persona che lotta fino in fondo per quello in cui crede, ho deciso di orientarmi verso la fecondazione assistita, affidando ad essa ogni mia speranza. Ed è iniziato il mio cammino della speranza che non posso certo definire facile o poco impegnativo.

La Pma coinvolge animo e corpo, unisce la coppia, ma al tempo stesso la separa, perché uomo e donna la vivono in modo assai diverso, stravolge gli equilibri precostituiti e, soprattutto, impone protocolli medici assai pesanti e non del tutto indolori.

Con conseguenze fisiche che non sempre son chiare e che non vengono debitamente approfondite.

Avvicinarsi alla fecondazione assistita significa accettare di assumere farmaci e di sottoporsi a trattamenti medici che non concedono errori né nelle tempistiche di assunzione né nei dosaggi, significa fare visite ginecologiche assai frequenti, sperare che il corpo risponda bene e che gli ovociti prodotti siano rotondi, regolari e “belli”, come i medici spesso usavano dire.

Per poi arrivare carichi ed inondati di speranze positive al giorno del transfer degli embrioni che io ho sempre definito un momento quasi “magico”. Il perché è semplice: perché vedi e senti che una potenziale vita sta entrando nel tuo corpo e che proprio quel seme di vita potrebbe farti diventare mamma. Non c’è nulla che io ricordi di più emozionante, nonostante i miei 3 tentativi di fecondazione siano poi risultati negativi.

Avvicinarsi alla Pma comporta, immancabilmente, affrontare temi che nelle coppie “normali” non vengono affrontati: il colloquio con il genetista, obbligatorio nel protocollo, l’ipotesi della fecondazione eterologa, gli eventuali trasferimenti all’estero  per effettuare il transfer–  perché l’attuale legge in Italia non consente l’impianto di embrioni che non siano quelli della coppia – la valutazione economica delle spese da sostenere nonché l’ipotesi di una gravidanza quasi sempre definita “a rischio”.

Decidere di fare la fecondazione assistita è, quindi, compiere un atto d’amore all’ennesima potenza, perché intriso di sforzi, di sacrifici, di dolori e di sentimenti che in un naturale concepimento ovviamente non ci sono. E’ desiderare un figlio con tutta l’anima, è fare ogni sforzo per raggiungere questo nobile e fantastico sogno, è proiettarsi in un cammino che merita ogni comprensione, ogni tenerezza, ogni carezza da parte di chi ama e che concorre per il raggiungimento di questo scopo.

Fare la fecondazione significa, però, anche imparare a convivere con i numeri e le percentuali, di successo ed insuccesso, è penetrare in un mondo che ha grandi prospettive di crescita, ma anche limiti insormontabili, quali le malattie che causano sterilità e che non danno, ahimè, alcuna chance di successo.

Ma proprio perché bisogna sempre credere ai propri sogni e proprio perché nessuno ce ne può privare, è giusto che chi se la sente ne possa beneficiare appieno e non debba, quasi da esule, andare all’estero, come ho fatto io, pagando somme astronomiche.

Avere un figlio è un diritto non dev’essere o diventare un business.

A distanza di nove anni dal mio ultimo tentativo, se mi chiedessero “lo rifaresti?” risponderei senza alcun dubbio un altisonante sì; se mi domandassero “lo consiglieresti?”, direi sempre di sì, ma suggerirei solo di valutare e ponderare bene ogni singolo passo. Ma non fermerei mai nessuna donna pronta e decisa a compiere questo cammino perché non c’è nulla di più bello che provare l’emozione di sentire nel proprio corpo un germoglio di vita.

Così come non c’è nulla di più triste e devastante che vederlo svanire portando via con sé un grandissimo sogno. Ma il gioco, in questo caso più che mai, val bene la candela.

Grazie alla fecondazione sono nati e nasceranno ancora tantissimi bambini, quindi tante donne, con il loro immenso sacrificio, hanno potuto sentire quel primo vagito che purtroppo io non udirò mai.

Ma ne è valsa la pena. L’ho fatto e lo rifarei.

Un atto d’amore, seppur vanificato, è sempre un atto d’amore.

 

Dalida Panseri

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