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il figlio – Recalcati

By Giugno 18, 2021 No Comments

                         Cosa significa essere figli

Essere figli. Un’esperienza che nessuno di noi decide, un cammino che proviene e deriva dall’altro. Partendo da questo concetto si può analizzare il rapporto tra genitori e figli e comprendere le dinamiche che regolano i rapporti famigliari, con la piena consapevolezza che nessuno è padrone delle proprie origini e che all’origine non c’è mai l’Io, ma c’è l’altro.

Facendo salti tra la storia e la letteratura, passando dalla psicoanalisi freudiana a quella di Lacan, Massimo Recalcati ripercorre la nascita, la crescita, l’infanzia e l’adolescenza come tappe di quel rapporto unico e al tempo stesso conflittuale che si instaura all’interno di un nucleo famigliare tra padri, madri e figli.

Se il figlio è colui che porta dentro di sé l’altro, come si caratterizzano i legami dell’infante, del bambino e poi dell’adolescente con le figure genitoriali? Quali passaggi portano alla crescita e quali traumi, se ve ne sono, ne conseguono?

Recalcati, per approfondire queste tematiche, prende in prestito due rappresentazioni ideate dal filosofo francese Lacan. La prima è quella del figlio immaginato come una limatura di ferro sparpagliata alla quale un magnete conferisce forma. Il magnete, secondo Lacan, non è altro che il desiderio dei genitori attraverso il quale la vita del figlio trova una prima forma. Senza questo desiderio la limatura rimane imperfetta, disaggregata e non si arriva ad un compimento del progetto, inteso come piena realizzazione del desiderio.

La seconda immagine è quella dello schiavo tatuato. La condizione del figlio sarebbe, infatti, come quella dello schiavo messaggero cui, nell’antichità, tatuavano un messaggio segreto sulla nuca affinché nessuno lo potesse leggere, se non il destinatario finale che gli rasava il capo.

Ciascuno di noi, secondo il filosofo francese, porta inciso un testo misterioso sulla nuca che non è altro che il trasferimento di tutte le attese e le aspettative che ogni genitore ha iscritto sul nostro corpo.

Scattano però a questo punto dell’analisi i temi del contrasto e del conflitto tra genitori e figli.

Se in prima istanza la vita del figlio proviene e ha origine dall’altro, in un secondo momento il compito del figlio è costruire la sua vita come propria e non come costante attesa delle aspettative dei genitori. Coesistono quindi in lui sia il bisogno della presenza e dell’appartenenza sia quello dell’erranza e del distacco.

Se un infante ha bisogno del seno materno, delle costanti attenzioni, delle risposte, della voce e della presenza dei genitori un adolescente non si sazierà più con la casa, il recinto e le presenze, ma avrà uno spasmodico bisogno di spazi aperti, di viaggi, di libertà e di sperimentazione del mondo.

Il figlio, ormai cresciuto, dovrà quindi anche allontanarsi dalle aspettative dei suoi genitori, vorrà esplorare un suo mondo, sbagliare e scegliere anche percorsi diversi rispetto a quelli tatuati sulla sua nuca. Recalcati sottolinea che l’atteggiamento più corretto e costruttivo dei genitori non è quindi quello che li porta ad amare i figli nonostante le loro diversità, ma proprio per le loro diversità e per la capacità di dar libero sfogo ai loro desideri ed alle loro inclinazioni.

Un no, quindi, alla legge del castigo e un sì a quella dell’accoglienza e dell’ascolto; così come un no ai figli che interpretano l’eredità come un passaggio ed un’acquisizione passiva della vita dei padri.

Come esempio esplicativo Recalcati cita la parabola del figliol prodigo, raccontando che un uomo aveva due figli. Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta”. E il padre divise fra loro i beni. Pochi giorni dopo il figlio più giovane, raccolta ogni cosa, se ne andò in un paese lontano e là dissipò le sue sostanze vivendo dissolutamente. Ma quando ebbe speso tutto, in quel paese sopraggiunse una grave carestia, ed egli cominciò ad essere nel bisogno. Cosa avrebbe potuto fare il padre? Ignorare e punire il figlio, allontanarlo ed abbandonarlo al suo destino, invece decise di accoglierlo, di ammazzare un vitello ingrassato per festeggiare il suo ritorno, di rivestirlo e di gioire per il suo ritorno e la sua “rinascita”.

Essere figli implica quindi provocare una genitorialità che deve tener presenti le specificità e le peculiarità dell’altro, indipendentemente dal messaggio che si è inciso sulla sua nuca.

Dalida Panseri

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