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l’adozione di Igor

By Luglio 28, 2018 No Comments

vettore-famiglia-sagome_23-2147496016Adozione, non solo un vero e grande gesto d’amore

Adottare un bambino non è solo un grande atto d’amore. Adottare un bambino significa anche e soprattutto intraprendere un cammino difficile, sotto molteplici punti di vista, che comporta innanzi tutto l‘accettazione di una maternità ed una paternità “diverse” rispetto a quella biologica.

Nella maggior parte dei casi la coppia che si avvicina alla scelta dell’adozione ha dovuto dapprima affrontare la triste e dolorosa diagnosi di sterilità. La condizione di infertilità determina, prevalentemente nella donna, un crollo quasi totale della propria autostima ed una crisi della femminilità. Nell’uomo, invece, l’incapacità riproduttiva viene associata ad una mancanza di virilità che porta a svalutare la propria mascolinità generando molto spesso nella figura maschile un atteggiamento di rifiuto e di diniego di fronte alla diagnosi.

Rabbia, sorpresa, dolore, isolamento, rifiuto, senso di colpa e dolore sono i sentimenti più frequenti che una coppia si trova a dover affrontare dopo la diagnosi di sterilità. Fondamentale diventa, quindi, prima di intraprendere il lungo cammino verso l’adozione, che entrambi i coniugi elaborino il lutto e vedano la loro situazione non come una menomazione, ma come una condizione ed uno status quo al quale non possono che far fronte.

Adottare un bimbo non dev’essere una scelta egoistica fatta per colmare un vuoto o per soddisfare un desiderio di maternità/paternità, bensì una scelta consapevole e ponderata. Solo in questo modo i futuri genitori non faranno l’errore di proiettare sul bambino tanto desiderato le proprie frustrazioni e le richieste affettive, nel tentativo di lenire il loro dolore e le loro ferite.

Il percorso dell’adozione, sentendo tante coppie che lo hanno intrapreso, comporta sacrifici sia a livello personale che a livello economico; spesso comporta il trasferimento in un altro Stato per un lungo periodo, se si opta per un’adozione internazionale, altre volte porta a mettersi a confronto con realtà di degrado ed abbandono che una coppia deve mettere in preventivo, ma che non può conoscere e comprendere fino al momento in cui vi impatta personalmente.

Se i dati degli ultimi anni mostrano che il numero delle adozioni è in calo, forse è tutto da imputare alla lunga attesa – stimata mediamente sui 2 anni – e agli elevati costi che, per le adozioni internazionali, arrivano ad una media di 20 mila euro.

Darti che mostrano, ancora di più, quanto avvicinarsi a questa scelta non sia facile e quanto la si debba ponderare.

Costi che, però, sentendo i racconti di chi ha provato una simile esperienza, vengono ripagati dal primo sorriso, dalla prima volta che il bambino pronuncia le parole mamma e papà e dalla consapevolezza di aver dato una prospettiva di vita migliore ad un piccolo in difficoltà. Come racconta una delle coppie che questo percorso ha vissuto e intrapreso.

Antonio a Cristina sono sposati da ormai 30 anni, abitano a Milano e si sono conosciuti quando nelle loro vite non vi era alcuna idea di farsi una famiglia, di fare figli, di diventare genitori. Antonio e Cristina erano due manager, lui spesso in Kuwait e in Russia, lei in America per una famosa casa farmaceutica. Il destino, un aereo mai partito, un aeroporto a fare da Cupido e si sono trovati in sei mesi a diventare marito e moglie e ad intraprendere un cammino insieme. Da lì il desiderio, nato così per caso e spontaneamente, di avere un figlio e l’implacabile sentenza di infertilità per Cristina.

“Dopo lo smarrimento iniziale – raccontano – abbiamo subito deciso di adottare un bambino. Lavorando Antonio in Russia avevamo dei contatti ed abbiamo subito deciso di avviare le pratiche per l’adozione internazionale. Abbiamo superato i vari incontri con gli assistenti sociali e gli psicologi e ci siamo trasferiti per più di un anno nella città natale del bimbo che avremmo adottato.

Viveva in un orfanotrofio in condizioni indescrivibili, non parlava, non si separava mai dal suo fratellino minore e non voleva alcun contatto fisico. E’ stato difficilissimo avvicinarsi a lui e soprattutto al fratellino minore che difendeva come se fosse lui suo padre. Abbiamo imparato alcune parole nella sua lingua, gli abbiamo regalato giochi e vestiti, abbiamo cominciato a far seguire lui e il fratellino da una psicologa in loco e li abbiamo fatti visitare da un nostro amico medico che ci ha seguiti in questa avventura. Erano deperiti quando li abbiamo incontrati la prima volta e solo dopo 6 mesi dal nostro arrivo hanno raggiunto un peso normale e hanno cominciato a stare bene. Giocando con gioia e vitalità. Nei loro occhi, però, restavano ombre del loro passato, fantasmi di un abbandono subito e soprattutto la paura che noi partissimo per non tornare più. Quando abbiamo ricevuto l’ok per l’adozione di Igor, però, ci si è posto il problema della sorte di Georgi, che non avrebbe mai resistito senza il fratello maggiore. Abbiamo quindi, insieme, deciso di chiedere in adozione entrambi e, in tempi quasi miracolosi, siamo riusciti a portarli in Italia.

Non nascondiamo che i primi anni siano stati durissimi: l’inserimento a scuola è stato un disastro, perché non sapevano la lingua e li abbiamo dovuti mettere in classe con compagni più piccoli. L’abitudine ad alimenti diversi dai nostri e soprattutto la paura di restar senza cibo, han fatto sì che Georgi, per almeno cinque anni, abbia nascosto, a nostra insaputa, scatolette di tonno (di cui va ghiotto) in tutta la casa e che abbia mangiato ad ogni ora del giorno e della notte, rischiando di diventare bulimico. Per Igor, invece, il problema maggiore è stato quello di imparare ad avere un contatto fisico sia con noi che con i nostri famigliari. Il timore di ricevere probabilmente percosse o la paura che un abbraccio gli trasmettesse un affetto che poteva poi perdere lo hanno tenuto a lungo lontano da noi, mentre il piccino ci cercava in continuazione.

Abbiamo sofferto molto, ma ci è stato spiegato che dovevamo aspettare i suoi tempi non forzandolo a fare nulla e così abbiamo fatto. Finché un giorno, durante una festa per i 45 anni di Antonio, gli si è avvicinato e gli ha chiesto, quasi commosso e pur avendo 12 anni, se gli si poteva sedere sulle gambe. Ed è stata gioia e commozione totale.

Ora Igor e Georgi sono grandi e hanno fatto un loro cammino. Igor fa il meccanico ed è fidanzato, Georgi vuole studiare e fare il medico. Non hanno mai chiesto di ritornare in Russia e non hanno voluto parlare del loro passato. Ma gli psicologi che ci hanno seguito in questo periglioso cammino ci hanno detto che potrebbe capitare che un giorno decidano insieme di fare questo viaggio.

Non lo sappiamo, ma siamo certi che, se lo faranno, li aiuterà a superare un grande trauma che portano sempre nel loro cuore. Nonostante il nostro immenso amore”.

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Dalida Panseri

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